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Vivere come dei nomadi, i fotografi Gruber.

9. ottobre 2014 — CultureBlast
CultureBlast

Per i più, il sogno del ciclismo pro rimarrà tale. Ma per Jered Gruber il sogno è diventato realtà, almeno fino a quando non ha incontrato sua moglie, Ashley. Malgrado la sua carriera pro si sia fermata, il sogno è proseguito. Insieme hanno costruito una nuova vita per perseguire il loro amore per la fotografia, il ciclismo, il viaggio e l'avventura. Ecco a voi i Gruber.

Puoi raccontarci brevemente la storia dietro di te e tua moglie? Da quanto siete insieme? Dove vi siete incontrati?

Il giorno che incontrai Ashley è il giorno nel quale la mia carriera ciclistica ha imboccato il declino, più o meno. Lei è la cosa migliore che mi sia capitata, ma la peggiore che sia capitata al mio ciclismo agonistico. Malgrado ciò, è stato un lieto fine, mi ha risparmiato qualche anno di gare sempre uguali e ripetute, facendomi sentire a posto con me stesso.

Era il 12 febbraio 2008. Stavo girando in bici per il campus dell'Università della Georgia, Athens, con i miei cari amici Jakob e David. Avrei dovuto farmi un allenamento mostruoso ma invece avevo optato per scappare e prendermela calma, godendomi uno degli sport preferiti dell'Università: osservare i passanti.

Stavamo pedalando su per una salita rognosa, che normalmente evitiamo, chiamata Baxter. Mentre raggiungiamo la cima il semaforo diventa rosso e questa ragazza attraversa la strada, sorridente, con indosso una lunga gonna e una camminata vivace. Noi la salutiamo e le chiediamo cosa stia ascoltando (Jimi Hendrix) e, per non risultare troppo invadenti, tiriamo diritti.

Per qualche strana ragione, per la prima volta in vita mia, quel giorno ho avuto un'illuminazione e sono tornato indietro. Visto da fuori potrebbe sembrare predatorio ma vi assicuro io non sono così, chiedete a chi volete. Ero solo curioso ed avevo il desiderio di parlarle... e così feci, nel mio modo non proprio del tutto disinvolto.

Era chiaro che lei non era interessata a nulla di più di una breve conversazione,  “passerò l'estate a studiare le specie animali invasive in Cina” mi disse, “e il prossimo anno studierò all'estero, a Innsbruck, Austria.

Normalmente questa sarebbe stata la fine del discorso ma aveva pronunciato due parole magiche: Innsbruck e Austria.

Mio padre è nato in Austria, la sua famiglia è austriaca ed io stesso ho passato un'estate lavorando  in una baita in quota sulle montagne; amo l'Austria. Cosicchè quando ha pronunciato la parola “Austria” ho fatto un salto, felice di scambiare idee sul mio luogo preferito al mondo. Eravamo precipitati in una grande conversazione. David in quel momento aveva “opportunamente” forato, lasciando ci soli per un po' a parlare, io pedalando piano al suo fianco, lei che camminava verso casa. Quando furono tornati, Jacob ci investì: “Hai già avuto il suo numero?”

Ci fu un doppio rossore in viso tra di noi ma il numero in effetti era già al sicuro su di un bigliettino e infine ci separammo. La chiamai quella sera stessa per invitarla a bere qualcosa.

Mi rispose che era troppo giovane per farlo.

“Cosa?”

“Ho solo 19 anni.” Mi rispose (io allora ne avevo 24 anni).

“Va bene, ti va un caffè allora?”

“Non vado pazza per un caffè. Che ne dici di un té?”

Perfetto, adoro il té ma la gente di solito si trova per un caffè. Non avevo mai pensato di chiedere a qualcuno di uscire per un té, anche se lo preferisco. Quella notte parlammo ancora e ancora. Ci eravamo trovati alle 7 e tornammo a casa alle 4.

Questo è tutto. Andò così.

Prima di quello? Ho girato molto da bambino. Sono nato in Oregon ma ho vissuto anche in California, Washington, New Jersey e anche per un bel pezzo sulle Stone Mountains in Georgia, prima di iscrivermi alla University of Georgia in Atlanta. Al liceo ero più o meno l'antitesi dell'atleta di resistenza. Giocavo a golf e mi davo arie di corridore di corsa campestre ma invece preferivo mollare dopo 5 minuti di corsa per andare a giocare a basket, il mio sport preferito. Fu dopo un viaggio in Austria dopo il diploma, che decisi che mi interessava la bicicletta. Laggiù, il mio amico Teddy mi aveva strapazzato in lungo e in largo durante qualche uscita insieme a mio zio e la cosa non mi era proprio andata giù. Mi piaceva pedalare ma non mi andava di prenderle.

Ho avuto la mia prima bici da corsa alla fine del 2001. Era una GT Rage con Shimano 105, un paio di pedali Look malandati, scarpe Sidi e ruote CXP-22 con mozzi 105. La ebbi con 400 $ e da lì è partita la mia carriera.

All'inizio non ero un gran che. A mala pena ero sopravvissuto alle mie prime uscite in pantaloni, t-shirt e cappellino da baseball. Però la cosa divenne rapidamente ossessiva, il che fu un bene perchè fece fuori del tutto la mia precedente cotta per il golf, che all'università era diventata imbarazzante. Ero un discreto golfista ma non abbastanza per essere incluso nella squadra dell'università, così mi avevano chiesto di provvedere alle mie spese e questo non era possibile. Peccato perchè in fondo ero stato un piccolo fenomeno al campo locale nelle scuole inferiori.

Così incominciai a predalare. Pedalai e pedalai ancora fino a che incominciai a migliorare. Passai dalla 5°categoria alla 4° nella prima stagione e poi alla 3° l'anno successivo; trascorrendo un anno di studio e corse ad Heidelberg, in Germania, salii in 2°, dove rimasi un altro anno prima di finire definitivamente in 1°.

Tutto fu costante e progressivo fino al 2007. Alla fine del 2006 firmai per il TIME Factory Development Team. Per la stagione 2007 avevo già accettato un posto in una squadra tedesca ma cambiai idea all'ultimo e sono felice di averlo fatto.

La squadra Time è diventata poi la Mountain Khakis e attualmente è la SmartStop. Quel primo anno, eravamo in pochi. Avevamo un piccolo stipendio, vivevamo in una foresteria ed eravamo guidati al meglio possibile da Erik Saunders e Pat Raines... con il generoso aiuto del padrone, Jamie Bennett.

Eravamo una scassata banda di scoppiati. Io certamente lo ero. Da quando passai sotto la loro tutela cambiai radicalmente. Non so come accadde ma per qualche strana ragione credettero in me, in tutti noi, e mi divertii un sacco. Mi divertii anche troppo ma quello fu di gran lunga il mio miglior anno in termini di corse in bici e di amare quello che stav facendo. Il 2007 fu uno schianto.

Nel 2008 il team divenne professionistico. Dopo un brusco calo alla fine del 2007, alimentato dall'eccessivo allenamento invernale e dai troppi party alcolici, ero messo male alla conclusione della stagione. Ancora mi divertivo un sacco ma, mentalmente, stavo andando nella direzione opposta di quella consigliabile ad un ciclista che voglia migliorarsi. Ho come perso l'orientamento per un attimo.

Mi sono ripreso poi quell'inverno e ho cominciato a fare tutto per bene. Ebbi un inverno perfetto e già a febbraio volavo.

Poi incontrai Ashley. Allora smisi di allenarmi per un po', perchè non c'era nulla che mi interessasse all'infuori di stare con lei. Così lo feci. Per un po' riuscii a sfruttare il lavoro invernale ma mi capitò una brutta caduta all'inizio di maggio, contemporaneamente alla sua partenza per la Cina. Fu un disastro, mentalmente e fisicamente.

Mi dovetti ritirare in Colorado dai miei genitori e lì riuscii a rimettermi. Persi la gara che sognavo di fare da tanto tempo, Philly,  ma almeno mi rimisi in piedi. Ripresi ad allenarmi intensamente e ritornai in pista a Nature Valley.

Lì feci bene e un bel giorno, diedi di matto e finii con la maglia di corridore più combattivo. Non è molto nel gran disegno del mondo ma è qualcosa che mi ha reso genuinamente felice. Quando tornammo dall'Europa, aprii il cassetto e la vidi lì e mi venne da dentro un gran sorriso.

Ho fatto gare, era ok, mi sono divertito molto e ancora mi piace andare in bici più di molte altre cose... ma alla fine correre in bici è stato il cammino che mi ha portato dove mi trovo adesso, dove siamo adesso.

Sei stato un ciclista pro per un periodo, desideri mai di correre ancora al posto di fotografare? Cosa ti manca delle corse?

Di sicuro mi piacerebbe potere gareggiare ancora. Mi sono interrotto proprio quando le cose incominciavano ad andare per il verso giusto. Curiosamente, sto ancora migliorando anno dopo anno. Avevo ancora molto da dare come corridore ma mi sono reso conto che in effetti non sarei mai stato niente di speciale e anche se adoravo quello stile di vita; in un momento di sincerità mi sono reso conto che non amavo le corse senza limite. Ho amato e ancora amo andare in bici. Un mio vecchio compagno di squadra, Mark Hekman, ha detto un giorno saggiamente: “Le corse sono solo una scusa per andare in bici un sacco” o qualcosa del genere.

Mi appassionava il processo di entrare in forma. Ancora lo fa. Mi piace costruire con il lavoro. Mi piace lavorare duro, recuperare e farlo ancora e ancora e ancora. E' magico.

Ciascun inverno, avevamo una pausa e la sfruttavamo per tornare ad Athens. Ci arrivavamo di solito esausti da un anno passato sulle strade, fuori forma e stanchi. Alla partenza, un po' più di un mese più tardi, ero a posto, felice e pronto per un altro anno di fatica. Arrivavo in disordine e ripartivo battendo i tacchi alla forma ritrovata.

In quei momenti sono frustrato, perchè vedo tutti quelli che correvano con me prepararsi ad affrontare la stagione. Sono tutti tirati a lucido e pronti alla partenza, proprio quando io parto per l'Europa. In quel momento mi sento più male, perchè odio lasciare i miei amici e odio ancora di più non partecipare alle loro avventure.

Ma presto mi ritrovo in Belgio e poi in Italia e in molti altri posti e realizzo che è straordinario. E' da pazzi desiderare di voler fare qualunque altra cosa.

Alla fine mi sento uno scemo, perchè se ci fosse la possibilità di arrivare al massimo livello, non saprei che fare. Ora credo che sarei in grado di dire coscientemente di no. Non fa per me. E non mi importa neanche. Non credo che nessuno busserà alla nostra porta cercando un corridore di riserva... ahahaha. Quello che voglio dire è solo che amo pedalare, mi piace gareggiare e ci sono momenti in cui veramente è ciò che desidero fare, a qualunque livello. Sarei contento di fare qualche gara locale negli Stati Uniti con 50-80 corridori. Quelle sono sempre state le mie preferite. Non ho ambizione di fare il tour de France, questo è sicuro. Anche se sogno ancora di fare il Giro delle Fiandre, se potessi esaudire un solo desiderio.

Se non ci sbagliamo, tu sei abbastanza nuovo per la fotografia. Che cosa ti ha portato, in particolare alla foto di gare ciclistiche?

Ho avuto la mia prima reflex digitale all'inizio del 2009, una Nikon D40 da 400 dollari. Nell'arco di 3 anni abbiamo comprato  tutta la gamma dei modelli Nikon fino al top. Tutto mi è venuto facile. Mi era sempre piaciuto fare fotografie. Avevo sempre una digitale compatta sempre in tasca fin dal 2002 anche senza pensare di poterlo fare a tempo pieno. Mi piaceva e basta. Dopo il 2009 le cose hanno preso un piega diversa. Il piacere mi ha aperto le porte verso altre possibilità.

E' facile scrivere di cose che conosci ed è lo stesso con le foto. E' sensato cominciare con ciò che conosci, con quello che ami. Conosco il mondo delle corse e mi piace davvero tanto pedalare. Non potevo pensare a nient'altro all'inizio. Viaggiavamo, pedalavamo e scattavamo foto ed è ancora quello che stiamo facendo. E' una buona formula, poiché ho una riserva di entusiasmo infinita per la bici. Non ne ho mai abbastanza: mi piacciono le bici, mi piace pedalare, gareggiare, guardare le gare, fotografare le gare, leggere delle corse, conoscere la storia, le strade che ne hanno fatto da palcoscenico, la gente che le ha vissute... Praticamente non c'è nulla che io trascuri quando si tratta di ciclismo.

Il tutto sta andando oltre il ciclismo, questo è il vero nocciolo della questione. So di poter fare di più. Voglio fare di più ma dovrò lasciare perdere almeno un poco quello che veramente amo.

In un periodo molto breve, ti sei imposto come uno dei fotografi di ciclismo più importanti. A cosa attribuisci il tuo successo?

Ad essere sinceri non so bene cosa abbia funzionato. Quando penso a cosa mi è successo negli ultimi tre anni sono sempre sbalordito di quanta strada si possa fare in poco tempo. Non me lo so spiegare.

Se dovessi trovare una spiegazione, indicherei di sicuro i social media. Il nostro successo passa dai social media: Twitter, Instagram, Facebook. E' impressionante mole di persone che usa questi mezzi che hanno saputo catturare e cavalcare il vento di quello che facciamo, di ciò che commentiamo o ci comunichiamo, sono la ragione della nostra progressione in poco tempo.

Credo.

Questo unito al fatto del nostro dare tutto e vivere per 9-10 mesi sulla strada in Europa e poi, evidentemente, abbiamo scattato qualche foto giusta lungo il cammino. Penso che abbiamo fatto un buon lavoro ma spesso questo non basta. Qui entrano in gioco i social media e qui serve essere sulla strada per la maggior parte dell'anno.

 

Ci sono molti fotografi migliori là fuori. E' sempre salutare constatare quanti sono in grado di scattare delle buone immagini. Mi sento piccolo in questo ma mi sento felice che siamo stati in grado di trovare la nostra nicchia, il nostro spazio nel quale possiamo fare un buon lavoro.

Ti sei recentemente sposato con Ashley. Condividete la stessa passione per la fotografia? E per il ciclismo? Lavorate nella stessa squadra o Ashley ha un altro lavoro?

La fotografia è stata una mia passione all'inizio ma Ashley  ha sempre avuto un debole per l'arte. Le scatta delle belle foto e sta facendo passi da gigante con le sue capacità. Lo dico continuamente ma non smette mai di essere così semplice e vero: lei è quella che ci fa essere così speciali. Per questo credo di essere abbastanza dipendente in fatto di belle foto. Quando c'è lei, siamo molto più forti. Due paia d'occhi, due punti di vista diversi, quattro macchine per scattare lontano o in ampiezza. Questo fa una grande differenza.

Credo di avere risposto ad una parte della domanda: lei è una fotografa. Siamo fotografi. Passiamo quasi tutti i minuti della giornata insieme. Dal 2008 credo di aver vissuto senza di lei la bellezza di una settimana. Siamo sempre insieme e questo ovviamente ha i suoi pro e contro ma nel complesso è una meraviglia. Lei è il mio migliore amico, il mio amore e quindi passare tutto il mio tempo viaggiando e scattando foto con lei mi sembra un ottimo affare. Per il ciclismo è stato lo stesso. Quando ci siamo incontrati la prima volta, Ashley era a piedi ed io in bici. Una delle prime cose che gli ho dato è stata una bicicletta e lei l'ha subito amata. Il suo amore non sarà folle come il mio ma anche lei ama pedalare.

Lo scorso anno ti è stato rubato il portatile durante il Giro d'Italia e di conseguenza tutte le tue foto. Quanto è stato grave e come hai rimediato a quella perdita? Sei riuscito a recuperare qualcosa?

E' stato terribile. Avrebbe potuto essere la nostra fine. Se il Giro non ci fosse venuto incontro e rimesso in piedi immediatamente, comprandoci un nuovo computer, avremmo dovuto ritornarcene a casa senza fiatare. Saremo per sempre grati a Michele Acquarone per averci detto prima “Benvenuti al Giro” e poi “Di che cosa avete bisogno per poter continuare il vostro lavoro?” Non era obbligato a farlo, avrebbe potuto stringersi le spalle e dirsi dispiaciuto, invece ci ha aiutati. Tutti al Giro ci hanno aiutati. Non ho pensato a quel giorni e a quelli seguenti per lungo tempo. Mi viene in mente quanto sono stati emozionanti. Ci siamo fatti degli amici incredibili al Giro e tutto è cominciato con quella disgrazia a Verona.

Non abbiamo più riavuto nulla indietro. Adesso mi è passata. Quando mi ricordo di quanto accaduto mi viene solo una gran tristezza per i progetti che avevamo pronti e non abbiamo fatto a tempo a caricare sul web. Abbiamo perso le immagini di un giro che avevamo fatto con Gamba Tours in Chianti la settimana prima e la anche la maggior parte delle immagini delle classiche di primavera. Avevano caricato roba in bassa risoluzione su Flickr ma a quel tempo non avevamo ancora spazio a sufficienza per l'alta qualità.

Alla fine erano solo immagini. In qualche modo l'ho capito e messo da parte: sono solo immagini. L'ho detto a tutti come per convincere me stesso: va bene, ne faremo altre. E l'abbiamo fatto. Abbiamo scattato migliaia di immagini da allora, centinaia di migliaia. Ora sono a posto. Vorrei che non ci fosse capitato ma in qualche modo sono anche contento che ci sia capitato. Ha cambiato il corso della nostra storia.

Quanto tempo passate in Europa ogni anno? Cos'è la cosa migliore di vivere all'estero? Che cosa invece vi manca di più degli USA?

Abbiamo passato nove mesi, quest'anno in Europa. Siamo arrivati a metà febbraio e siamo partiti a metà novembre. E' stato un lungo anno. Nel 2012 siamo stati anche di più ma abbiamo fatto un break a metà mese e mezzo negli Stati Uniti per un progetto laggiù, il che ci ha permesso di ricaricare le batterie, per così dire.

Quest'anno, siamo stati in Europa senza interruzioni e poi, prima di annoiarci (scherzo), siamo volati in Asia per un mese. Abbiamo fotografato il Tour of Beijin e poi passato del tempo in Giappone e a Hong Kong.

La cosa migliore? Esplorare. Il nostro stile di vita è assolutamente divertente. E' un po' pesante dopo un anno intero però ci sono momenti in cui non possiamo fare a meno di meravigliarci per cosa ci circonda e come sia possibile che qualcuno ci paghi per essere lì (questa è la vera sensazione talvolta). E' faticoso, è stancante ed è certamente causa di qualche attrito tra noi due ma complessivamente, siamo consapevoli di essere dei privilegiati.

Mi manca un mese all'anno per recuperare il lavoro. Questo è il mio ritardo. Devo selezionare ed editare dieci mila immagini. Devo scrivere articoli e e-mail, non saprei dire quanti, avrei bisogno di qualche minuto di calma solo per concepirlo.

Cosa ci manca?  I nostri amici. Ci manca l'essere i nativi del luogo. Mi manca il cibo spazzatura americano, il bere a volontà al ristorante, la famiglia, tutto. Mi manca il bene e il male degli Stati Uniti, perchè è quello con cui sono cresciuto, quello che conosco. C'è qualcosa da dire a riguardo di non essere continuamente dei forestieri. Tutto dove andiamo ci sentiamo un po' fuori posto. Non importa quanto siamo amichevoli, non conta quanto ci piaccia, non è sufficiente avere sempre nuovi amici, ho realizzato che non si tratta di casa nel senso più generale del termine. “Casa” sarà sempre l'America. All'inizio non l'avevo capito. Ho pensato che l'Europa fosse meglio, che l'America mi avesse stufato, bla bla bla. Ero il classico universitario annoiato che ha avuto un assaggio di Europa.

Sono ancora abbastanza irritante sull'argomento ma ho capito che l'Europa non è perfetta, così come gli Stati Uniti. Ho realizzato che amo cose da entrambi e credo che se dipendesse da noi divideremmo l'anno perfettamente a metà. Sarebbe perfetto!

Non posso concepire non tornare negli USA malgrado quanto ci possiamo sentire bene nelle Fiandre, in Italia o in Austria; abbiamo assoluto bisogno del tempo passato a casa. Detto questo, mi viene in mente come sempre di più stiamo facendo conoscenze eccezionali in Europa e come stia diventando una specie di casa vagabonda per noi. Siamo appena tornati negli Stati Uniti ma stiamo già pianificando la prossima campagna in modo da poter visitare tutti i nostri amici sparsi per l'Europa e, ormai, anche per l'Asia.

Trovate il tempo per farvi qualche pedalata? Avete delle strade che vi sono rimaste nel cuore, in America o Europa?

Dipende. Prima dell'ultimo settembre avrei risposto sì. Cerco di organizzare almeno cinque uscite settimanali per arrivare al mio obiettivo di 10-15 ore di media. In gennaio, faccio 25 o più ore di bici alla settimana, così come a febbraio ma quando mi sposto in Europa la media crolla. Le cose non vanno male durante il Giro ma maggio è un incubo. Giugno è un po' meglio ma è il periodo delle campagne promozionali e quindi sono piuttosto preso. Luglio è anche bruttino ma non copriamo il Tour, quindi quel periodo è di solito il primo sollievo dopo il Giro. Amo luglio, anche se non posso dire altrettanto del calore estivo.

Posti che adoro attraversare: Exmoor, le Alte Langhe in Piemonte, il sud delle Dolomiti con il Monte Grappa sullo sfondo, le Fiandre, Athens in Georgia, l'Istria, Heidelberg e Innsbruck.

Strada preferite... Mi piace la scalata del Kleinvolderberg appena fuori Innsbruck. E' perfetta. Mi piace anche la salita fino al Rifugio Barricata in Trentino. Amo il Monte Grappa in ognuna delle sue 10 varianti. Amo il Bsrede, appena fuori Ronse. Amo il Koppenberg. Amo il Muur, nonostante il fatto che abbia tentato di snobbarlo per fare il superiore ma ogni volta che faccio quella svolta e spunta la cappella in lontananza... mi innamoro. C'è una piccola strada sul confine tra Croazia e Slovenia che non smette mai di togliermi il fiato, sembra la strada verso il paradiso. Mi piacciono gli sterrati appena a sud di Athens (Georgia); c'è un'enorme rete di strade bianche che girano e vagabondano lontano verso il sole. Amerò per sempre quelle strade. Ho un sacco di luoghi del cuore. Mi piace esplorare e trovare delle nuove passioni. Penso che questo desiderio sia almeno la metà di quello che mi fa essere ciclista.

Qual'è la gara che preferisci fotografare? Qual'è la tua gara preferita come spettatore?

Questa primavera abbiamo fotografato una piccola corsa in Bretagna, Tro Bro Leon. Credo che Ashley ed io siamo stati unanimi nella preferenza: è stata la miglior gara da fotografare di sempre. Si svolgela settimana dopo la Roubaix ed è il suo esatto opposto anche se anche qui si corre su strade difficili, soprattutto sterrati. Tro Bro Leon è piccola ma ha carattere, energia e passione in abbondanza. E' bellissima ed incredibilmente dura. La adoro. Dopo Tro Bro Leon i miei amori sono le classiche delle Fiandre: wars door Vlaanderen, E3, Ronde van Vlaanderen, Nokere Koerse, etc. Amo le Fiandre. Amo le strade laggiù. Amo quelle corse e ovviamente amo ritrarle.

Ci piace anche la Strade Bianche. Il Chianti è diventato una sorta di casa per noi e la Strade Bianche una specie di corsa sulle più belle strade di casa, che finisce in dei luoghi più belli dove si possa arrivare, piazza del Campo a Siena.

La mia gara preferita da spettatore? Il Fiandre. Posso passare la giornata a zonzo con uno scooter ed essere completamente felice. Non ne ho mai abbastanza. Le Fiandre sono sempre state magiche per me e questo amore non è mai calato col tempo, anzi, cresce di anno in anno.

Sono innamorato anche del Giro. Amo più l'Italia però del Giro. Veramente non mi trovo a fotografare i grandi giri. Non riesco a funzionare proprio a dovere per tre settimane filate. Ci sono corridori buoni per le corse di un giorno o per le piccole corse a tappe, perchè non posso fare lo stesso. Ahahah! Credo mi spiegherò meglio in seguito.

Qual'è il programma di lavoro tipico in un giorno di gara? A che ora ti alzi e a che ora vai a dormire?

In un tipico giorno di gara mi sveglio il più tardi possibile, perchè di solito non sono andato a letto prima delle 2 fino al massimo alle 5. E' colpa mia però, perchè uso quel tempo per lavorare sulle nostre immagini. Così, se la gara parte, diciamo, alle 11, siamo in piedi tra le 9 e le 10; corriamo fuori dall'hotel e andiamo dritti al primo punto dove scattiamo foto sulla strada. Generalmente non facciamo le partenze, perchè non mi piacciono e non ci vedo nessun interesse. Mi causano un sacco di lavoro in più alla fine della fiera e c'è sempre una gran confusione. Me lo risparmio volentieri e sono già al passo successivo tagliando qualche momento stressante: cercare parcheggio, senitirsi dire cosa non si può fare... Immergersi in una corsa è sempre un macello e il peggio è sempre alla partenza e all'arrivo, quindi abbiamo smesso di coprire le partenze e facciamo gli arrivi solo ogni tanto.

Di solito la gente, sia clienti che tifosi, non cerca da noi le partenze né gli arrivi. Cercano belle foto di bei posti o scatti emozionanti dal vivo della corsa ed è questo che ci piace dargli. La notte precedente facciamo una ricognizione del percorso ed individuiamo quanti punti di ripresa possibili ma badiamo soprattutto alla qualità, poiché è preferibile un solo grande punto di ripresa a 100 mediocri. Siamo sempre in cerca del grande scatto, quello speciale. Vivo per i grandi scatti, quelli che vedi all'ultimo e cogli, wow! Non capita spesso ma è quello che sognamo e ciò che ci ossessiona.

Quando arriviamo al nostro posto, camminiamo in lungo e in largo. Ci piace percorrere l'area a piedi il più possibile prima che la gara arrivi ed individuare dove possiamo ottenere il massimo. Se provate a pensarci, ci sono un mucchio di possibilità in una qualunque tappa di una corsa a tappe. Pensateci: c'è una fuga con un vantaggio di cinque minuti. Ok, questo significa che io ed Ashley possiamo separarci, scattare sulla fuga in due punti diversi con 4 macchine. Quando la fuga è passata ci possiamo spostare in un secondo punto e ripetere l'operazione. Con questo procedimento otteniamo otto diversi set di immagini in un solo luogo. Se è una salita, si può ottenere ancora di più  se pensi che la corsa può passare anche per mezz'ora buona.

Se abbiamo un altro posto da coprire, corriamo all'auto e cerchiamo di raggiungerlo al più presto. Azzera e ripeti! Ci sono state corse dove abbiamo scattato anche solo in un punto e siamo rimasti soddisfatti ma ce ne sono altre dove abbiamo lavorato anche in 20 diversi spot (Gent-Wewelgem).

Quando abbiamo finito, Ashley guida fino alla destinazione di giornata e io scarico i files e incomincio a lavorare sulla selezione. Al posto tappa, casa o hotel, lei si occupa delle e-mail che sono arrivate e io mi immergo nelle foto. Lavoro sulle foto dalle 5-6 del pomeriggio fino a dopo mezzanotte. Sono giornate lunghe.

Questa è la ragione per la quale non mi piacciono i grandi Tour. Quelli brevi o le corse di un giorno sono molto meglio per me/noi, perchè mi piace andare in bicicletta. Le grandi corse a tappe mi tolgono quello che amo di più (a parte Ashley): la bici. Sono qui perchè mi piace esplorare in bici e quando non mi è possibile, sono contrariato. Lo so che non posso andare in bici tutti i giorni ma ciò non vuol dire che me lo devo far piacere.

Hai qualche suggerimento per i tuoi giovani colleghi?

Scattate un sacco di foto, giocate, sperimentate, rimanete sul campo più di qualunque altra cosa. Noi ci siamo messi completamente in gioco alla fine del 2010. Abbiamo chiesto denaro al posto dei regali per il nostro matrimonio e l'abbiamo usato per comprarci la prima auto in Europa, una Volkswagen Polo Wagon. Ci è costata 1500 € ma abbiamo dovuto spenderci ancora 100 € per sistemarla e passare la revisione. Abbiamo trovato alcuni posti per fare base con poca spesa o anche gratis e ci siamo buttati. Siamo partiti e l'abbiamo fatto. Abbiamo scattato foto, scritto storie, esplorato, vissuto, pedalato, incontrato gente, fatto amicizia, fatto gruppo e fatto in modo che tutti quelli che volevano sentirci sapessero cosa stavamo facendo.

Non eravamo così spaventati. Ci sentivamo di vivere qualcosa di speciale. Lo stavamo gustando e ancora lo stiamo gustando; se dovesse crollare e dovessimo tornare a casa, beh, cosa avremo perso? Così se funziona, ottimo, se no penso che torneremo agli studi. Siamo insieme, siamo felici, siamo innamorati e tutto il resto sono solo dettagli. Abbiamo lavorato duro, fatto cose folli, dormito in posti incredibili, vissuto semplicemente e fatto lenti progressi. Lo dico al passato ma ancora non è finito. Così è il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro.

Ha funzionato per noi ed ha funzionato anche perchè eravamo insieme. Non credo possa funzionare per chiunque, ma in qualche modo ha funzionato. Penso che parte del successo sia dovuta alla convinzione di farcela. Non ci siamo impegnati a metà. Abbiamo dato il 100 % e avevamo un margine di sicurezza. Se non avesse funzionato avremmo fatto qualcos'altro. Se funziona, grande! Ho voluto fortemente che funzionasse da lavorarci così duramente che anche se mi comporto come se non fossero problemi in caso di fallimento, sarebbe un boccone veramente duro da inghiottire.

Ora sono più spaventato da questo. Non era così prima. Non ci avevo ancora investito così tanto, ovviamente, ma oramai sono tre anni che ci siamo immersi. Lo so che non è molto ma non stiamo parlando di un impiego dalle 9 alle 17. E' una cosa che ti prende 24 ore e non importa quanto mi ripeta che non sarebbe la fine del mondo se finisse, penso mi ci vorrebbe un lungo periodo di tempo per riprendermi perchè, a parte le corse in bici, è l'unica cosa al mondo che abbia fatto al massimo. La cosa mi spaventa.

La parte più triste è che so che non sono ancora impegnato a fondo come fanno altri. Ci sono fotografi che ci fanno ancora apparire come ragazzini svogliati. Penso a Brake Through Media. Ci surclassano e rimango sempre ammirato da quello che riescono a produrre. Io per adesso sono al massimo, non ho altro da dare.

Beh, ad essere sinceri avrei altro da dare ma mi rifiuto, mi piace troppo pedalare. Quella parte non è disponibile per essere sacrificata.

Sono andato fuori tema. Allora, suggerimenti.

 

Scattate foto. Siate attivi sui social media. Scrivete! Trovate una rivista che voglia lavorare con voi, non c' è mai stato un periodo così propizio per avere accesso ai website e alle riviste e poi essere notati; sfruttatelo e poi sperate per il meglio!

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